Dai territori di Guerra/ di Silvia Ricci e Mimmo Tringale

Malgrado in ogni uomo vi sia una chiara e positiva idea di pace e un bisogno di vivere in pace, nelle nostre vite e nel mondo intero prosperano i conflitti e la violenza, dall’ambito familiare a quello transnazionale. C’è qualcosa che ci sfugge o almeno che fa fuggire la pace da noi. Forse per affrontare i conflitti e sanare i contrasti ci mancano strumenti e regole, forse ignoriamo le modalità giuste. Sembra spesso che la non violenza, la comprensione, la compassione, il supporto, la gentilezza, il rispetto e l’amore siano solo vuote parole, utopie degne di un’immaginazione infantile e di menti romantiche piuttosto che atti, comportamenti, sentimenti e attitudini reali, necessari ed accessibili a tutti. È possibile far fiorire questi sentimenti nella nostra vita?

Dove si trova la vera pace, come si costruisce, come si mantiene, dove s’impara per poi diffonderla?

Un’occasione preziosa per incontrare vari cammini di pace è stata offerta

dalla terza conferenza internazionale del Forum delle ong per la pace di Israele e Palestina, organizzato lo scorso febbraio dalla Regione toscana. A Firenze, attivisti provenienti da mondi e culture diversi, rappresentanti di una cinquantina di ong palestinesi, israeliane ed europee, si sono incontrati per scambiare le

loro esperienze e confrontare modi concreti di dialogo e nonviolenza, oltre le consuete strategie politico-militari che fino ad oggi si sono dimostrare del tutto impotenti nel trovare una soluzione al conflitto israelopalestinese.

La conferenza è stata anche un’occasione per comprendere, così come afferma il monaco buddista Thich Nhat Hanh, «non c’è via per la pace, la pace è la via»: non può esistere una via politica alla pace se prima non facciamo nostra, nel quotidiano, l’opzione non violenta in tutte le sue declinazioni.


Hagit Lifshitz, donna di Gerusalemme, è una di queste persone. Ex ufficiale di polizia, oggi attivista per la pace, di lei colpisce subito la solarità e la simpatia. Con una lunga esperienza come mediatrice e facilitatrice di conflitti, Hagit pratica la meditazione da molti anni e partecipa a gruppi di dialogo tra israeliani

e palestinesi. Ha fondato Mifgash, un centro di mediazione per la comunità

presente a Gerusalemme e in altre località israeliane. Nel suo lavoro ha messo insieme l’insegnamento di Thich Nhat Hanh e il metodo della comunicazione non

violenta di Marshall Rosenberg. L’abbiamo intervistata per voi a margine dell’incontro di Firenze.


Gerusalemme non è certo una città dov’è facile praticare la nonviolenza.

Se poi si lavora nella polizia la cosa diventa una grande sfida: com’è iniziata la tua ricerca?

Ho incontrato per la prima volta Marshall Rosenberg quindici anni fa,

quando venne a Gerusalemme per presentare la comunicazione non

violenta. Allora ero ancora un ufficiale della polizia israeliana. Le sue

parole mi colpirono profondamente. Quello che Marshall proponeva era un metodo semplice ed efficace per trasformare in modo positivo le nostre relazioni e rendere più rispettosa ed efficace la comunicazione nei contesti più diversi: dalla famiglia agli ambiti sociali più ampi, per finire a quello tra i popoli. Ascoltando le sue parole, capii che la comunicazione non violenta era proprio

quello che cercavo. Così decisi di accompagnare Marshall ovunque cercando di imparare da ogni suo gesto e comportamento, dal suo modo di vivere e non solo da ciò che insegnava. Dopo qualche tempo lasciai la polizia e fondai una piccola

ong allo scopo di proporre un approccio non violento alla risoluzione dei conflitti: la proposta è di imparare a considerare i conflitti come opportunità. Sono convinta che i conflitti non sono esperienze negative. Se sappiamo cosa fare con essi, possono trasformarsi in grandi opportunità di trasformazione, crescita e arricchimento. Qualche anno più tardi ebbi la fortuna di incontrare Thich Nhat Hanh. La sua pratica della presenza mentale, la meditazione, i suoi insegnamenti mi toccarono in maniera molto potente e profonda. Così in modo naturale ho

cominciato a mettere insieme questi due approcci: la comunicazione non violenta di Marshall Rosemberg e la pratica della presenza mentale di Thich Nhat Hanh.

 

Quali sono i punti più salienti della comunicazione non violenta?

La nostra cultura ci porta a rispondere alle persone e agli eventi della vita quasi sempre con una modalità di giudizio, biasimo, etichettando persone ed esperienze e avanzando pretese e aspettative. Un atteggiamento che oltre a creare separazione innesca molto spesso conflitti e risentimento, oppure sensi di colpa. L’intento della comunicazione non violenta invece consiste nel riconoscere

ed esprimere i nostri bisogni e valori, avanzando nel contesto richieste precise e concrete senza criticare i nostri interlocutori. Chi pratica la comunicazione non violenta si sforza di riconoscere i bisogni autentici dell’altro anche quando non

sono espressi chiaramente. Il messaggio rivoluzionario di Marshall è che tutti i bisogni sono rispettabili allo stesso modo, non ci sono bisogni di serie A e bisogni di serie B, perché tutti vanno ad arricchire la vita.

 

Come si fa ad accettare i bisogni di altri quando questi, come accade nel

conflitto israelo-palestinese, mettono a repentaglio la nostra vita e quella

dei nostri cari?

Una cosa che ho imparato da Marshall è che tutte le volte che combattiamo

per qualcosa, non lo facciamo per i nostri bisogni, ma per le strategie che mettiamo in opera per soddisfare tali bisogni. Non si tratta di una sottigliezza linguistica, ma sostanziale. Quando per esempio un palestinese dice a un ebreo «Torna in Europa», questa richiesta non esprime un bisogno, ma rappresenta solo una strategia per raggiungere il bisogno di riconoscimento, di dignità, di comprensione, di rispetto, d’identità, di supporto, di amore…

Le soluzioni, le strategie, sono solo un modo personale e individuale di oddisfare un bisogno e si riconoscono perché anche se il loro scopo è di soddisfare un bisogno sacrosanto, spesso percorrono strade perverse e profondamente distruttive. Proprio come accade nel conflitto israelo-palestinese, dove il bisogno

di pace e sicurezza alimenta una guerra che ormai dura da decenni, con migliaia di vittime.

Nella mia umile esperienza mi sono accorta che tutti i conflitti sono segni o indicazioni di sofferenze che a sua volta nascono da bisogni non soddisfatti. Connettersi con la sofferenza del nostro interlocutore ci aiuta a riscoprire la nostra commune natura umana, al di là delle differenze culturali, etniche, religiose e politiche e quindi ci connette con l’altro. Rendendo più facile l’individuazione di una strada comune. S’impara ad agire «con», anziché «contro».

 

Può farci un esempio concreto di come è possibile applicare in un contesto

difficile, come quello di Gerusalemme, questi insegnamenti?

Un giorno mi capitò di confrontarmi con un palestinese che accusava i pacifisti israeliani di rammaricarsi, sì, della situazione di povertà e miseria della sua gente, ma poi di non fare niente di concreto a riguardo. Io gli chiesi di parlarmi dei suoi sentimenti, di cosa era importante per lui, di cosa provava al di là della rabbia. Mi disse che si sentiva frustrato, deluso, impotente e confuso e esiderava

che gli israeliani capissero quanto era doloroso e tragico per chi viveva nei territori occupati non poter portare, in caso di bisogno, il proprio figlio dal medico o la propria moglie all’ospedale oltre il checkpoint. Durante la discussione intervene una donna israeliana dicendo che anche loro, come pacifisti, si sentivano impotenti perché non potevano certo cambiare né l’esercito né

tantomeno il governo israeliano. In realtà, accusava la donna, i palestinesi

stavano chiedendo a loro pacifisti israeliani l’impossibile. Io sono nuovamente

intervenuta, chiedendole di focalizzarsi sui suoi veri sentimenti, su ciò che lei davvero provava.

La donna mi rispose riconoscendo da una parte il dolore e la disperazione dei palestinesi e il loro bisogno di essere ascoltati e compresi e dall’altra ammettendo la propria tristezza e impotenza, ma anche la voglia di aiutarli. Il passaggio dale accuse ai sentimenti fece sentire il palestinese sollevato e grato e lo invogliò ad ascoltare a sua volta le parole della donna ebrea. Questa a sua

voltaaveva bisogno che i suoi sforzi per migliorare la situazione palestinese venissero riconosciuti. Desiderava lavorare insieme ai palestinesi, e chiedeva aiuto e cooperazione.

Alla fine dell’incontro, l’attivista palestinese offrì la sua disponibilità a collaborare, esprimendo il desiderio di imparare la comunicazione non violenta.

 

In cosa consiste dunque il suo lavoro di facilitatore?

Il facilitatore suggerisce costantemente al suo interlocutore i sentimenti e i bisogni, nascosti fra le parole, cercando di farli emergere dale accuse, dai pensieri, dalle interpretazioni distorte della realtà. A volte per agevolare il processo di empatia si invita i partecipanti all’incontro a scambiarsi di ruolo e quindi mettersi uno nei panni dell’altro e riportarne il pensiero. Questo esercizio aiuta ad esprimere sentimenti e bisogni profondamente nascosti che altrimenti

non sarebbero mai venuti a galla. Ricordo molto bene un incontro in cui un palestinese si immedesimò nei panni di una donna ebrea, parlando delle sue paure e del suo desiderio di essere ascoltata sugli orrori commessi in Europa dai nazisti. Questa immedesimazione permise al palestinese di comprendere a pieno le paure della donna e più in generale degli israeliani e allo stesso tempo di riconoscere le medesime paure della sua gente che spesso vengono espresse

tramite la violenza.

 

In cosa consisteva il lavoro di Marshall Rosenberg con la polizia di Gerusalemme? Come si svolgeva l’attività di formazione?

Marshallha tenuto nove workshop di tre giorni, per un totale di 27 giorni, a tutto lo staff e ai poliziotti di ogni grado. Il suo intento era di stimolare noi tutti ad esprimere le nostre frustrazioni sia nel rapporto con i cittadini che con i colleghi, e poi ha mostrato loro come tradurre disagio e frustrazione in espressioni chiare di sentimenti e bisogni. Molto del suo lavoro si è centrato sull’ascolto compassionevole, per offrire alle persone una risposta amorevole e incoraggiante. Ci è voluto un po’ di tempo perché noi partecipanti acquisissimo fiducia per questo nuovo approccio. Ma alla fine i sentimenti e i bisogni sono

emersi. L’atmosfera è cambiata. Credo che per tutti noi sia stata un’esperienza

indimenticabile, anche se poi il cinismo e la mancanza di fiducia sono lentamente ritornati nelle vite di gran parte di noi. Purtroppo non c’è stata continuità con questo progetto: io stessa dopo un po’ mi sono dimessa dalla polizia. Ma la cosa

importante è che alcuni semi siano stati lanciati.

 

Confermi dunque che non è così facile mettere in pratica la nonviolenza…

Qualche volta mi faccio sopraffare dalla disperazione, lo devo ammettere. Ma ciò che mi dà forza è il supporto di tante persone che in Israele, in Palestina e in ltre parti del mondo cercano tra mille difficoltà e incomprensioni una soluzione non

violenta ai conflitti. Bisogna aiutarci l’un l’altro e ricordare che l’amore è molto meglio dell’odio, molto più divertente! La mia missione ora è quella di far conoscere il metodo di Marshall e il pensiero di Thich Nhath Hanh a più persone possibile, per mostrare loro quanto può essere efficace e potente.

 

Nel tuo lavoro usi indifferentemente i metodi di Marshall Rosenberg e la pratica di Thich Nhat Hanh, perché?

Apprezzo profondamente sia Marshall che Thich Nhat Hanh, come si possono amare allo stesso tempo Beethoven e Schubert. Hanno modi e linguaggi ifferenti, ma portano allo stesso punto: al connetterti con l’altro e con te stesso. Non vedo la separazione.

Il metodo di Rosenberg sta prendendo campo nel mio paese. Il mondo dell’educazione è molto interessato al metodo della comunicazione non violenta. Ultimamente anche molti attivisti di pace si stanno interessando a questo messaggio. Infatti al Forum di Firenze sono stata invitata da gruppi diversi a raccontare la mia esperienza. Questo dimostra interesse nei nuovi metodi, una maggiore apertura.

 

Purtroppo, nonostante i numerosi esempi e le esperienze incoraggianti,

in tutto il mondo continua a prevalere la violenza piuttosto che la pace. Perché?

Siamo abituati ad agire d’impulso. Facciamo molte cose in modo automatico e poi improvvisamente ci rendiamo conto che il danno è diventato grande, la violenza è degenerata, la cosa ci ha preso la mano. Siamo abituati ad impostare le nostre relazioni in modo violento, anche perché non conosciamo alternative.

Non siamo stati educati a usare alter opzioni, non siamo allenati alla pace. Siamo molto più abituati alla violenza, alla reazione aggressiva. E se una cosa non la si conosce, non la si può usare. È come imparare a suonare uno strumento: all’inizio è difficile, impegnativo, ma quando s’impara diventa divertente e gratificante.

Impostare le relazioni, da quelle interpersonali a quelle transnazionali, secondo i criteri della nonviolenza non è impossibile. È solo una questione

di pratica, di esercizio.